di Sara D'Ascenzo
«Costruita da scrittori più che da muratori, da pittori più che da architetti, fatta di parole più che di mattoni». Occorrono le immagini sferzanti del polemista Régis Debray in Contro Venezia (Wetlands, 2022) a Giuseppe Ghigi, veneziano, critico e studioso di cinema, per salire il primo gradino di una scalata che nel suo nuovo libro Venezia e il cinema. Alle radici del mito (Wetlands, 216 pagg., 20 euro) in uscita il 4 settembre lo porterà a comprendere la costruzione dell'immagine di Venezia come città filmata, alla quale si arriva cercando di soprapporre all'immagine che abbiamo in mente la realtà in masegni, pietra d'Istria e turismo di massa. «Venezia - scrive Ghigi - è una città decantata, dipinta, raccontata, fotografata e immortalata in un migliaio di film, così tanto che forse ne abbiamo perso la vera sostanza: è ormai solo un'icona, l'ombra fantasmatica di se stessa, il cliché che il viaggiatore si attende di trovare al suo arrivo».